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10 months later…

Che poi……io a New York manco ci volevo andare!
Nell’ordine era l’ultimo tra i miei Postidavedereprimadimorire. E’ stata Nancy ad insistere perché partissi - e quando Nancy insiste vuol dire che Nancy insiste.
Era una fottutissima mattina di maggio, di quelle mattine in cui ti importa solo che arrivino l’una per pranzare e le otto per cenare. Quella fottuta mattina, davanti a un caffè americano un po’ troppo italiano, feci tutto quello che dovevo fare: un’iscrizione a un corso di fotografia, e un biglietto aereo con data 18 luglio per New York, guarda caso proprio dove si trovava il corso…impeccabile organizzazione!
Ho salutato Milano nel momento in cui Milano aveva deciso di negarmi il saluto. Mi ero licenziata dal lavoro senza peraltro essere mai stata assunta… Facevo la photoeditor, uno di quei mestieri milanesi in cui non si capisce di cosa ti occupi, ma che tutti a Mantova invidiavano: potevo pronunciarlo in inglese e lavoravo per una nota rivista di moda. Forse si aspettavano che mi elargissero quotidianamente dei capi firmati all’uscita della mensa, mentre mia madre poteva mostrare orgogliosa alle amiche il mio nome piazzato sul colophon, tra una sorsata di tè e un’altra. La realtà, come spesso capita in Italia, non corrisponde ai sogni né alle credenze popolari. Precarietà, basso stipendio, nessun futuro.

Ho passato un lungo periodo a chiedermi chi fosse Daria Galli. La scusa del corso, come già dice il termine stesso, era una scusa, così come quella di imparare la lingua o di riuscire ad andare a un ristorante da sola senza vergognarmi. Sì, voglio e volevo diventare una bravissima fotografa, forse la più brava (le mie ambizioni superano da sempre i miei talenti, come diceva un noto spacciatore in un noto film) forse non lo diventerò, ma non era quella la vera spinta.

Partivo per partire, perché quando senti che è ora di cambiare aria non ci sono altri motivi se non questo.

Non so ancora chi sono, forse meno di prima: se questo era lo scopo è stato a dir poco fallimentare. Ma ora credo che lo scopo del viaggio fosse che era il Mio viaggio, e che proprio per questo mi avrebbe cambiato comunque la vita.
Speravo che New York mi permettesse di tornare alla “normalità” in modo nuovo e con occhi diversi. Ho capito allora che avevo uno strano concetto di vita normale, che la normalità è solo sentirsi bene con se stessi, e che due occhi nuovi pretendono una vita nuova, anche in tempo di crisi.
Facevo fatica a raccontare a casa quello che mi succedeva là giorno dopo giorno, se non le cose più banali e evidenti, ma mai i sentimenti più veri. Sarà stato che non riuscivo a descrivere l’incredibile energia che respiravo per strada, o anche quella strana sensazione che avevo sempre di ferirli se gli raccontavo la verità, e cioè che mi sentivo viva più che in trent’anni italiani di esistenza.

Mi sono legata al fatto di non avere vergogne, imbarazzi, freni o angosce. All’abitudine di poter dire e fare tutto quello che Daria Galli vuole dire o fare, senza farsi troppe domande sul Se Sia Giusto O Meno, e senza mai essere giudicata. Perché New York ti fa l’occhiolino, ti ignora, ti ammira, ti urla, ti scuote, ti ama o ti fa sentire solo, ma non ti giudica, mai.
Mi sono innamorata delle mie passeggiate da sola, con la musica nelle orecchie e con mille pensieri in testa. Delle mille foto fatte per strada alla gente più assurda. E soprattutto dei momenti magici passati con alcune persone magiche, che mi hanno fatta sentire a casa e che non mi dimenticheranno mai. Che mi hanno cambiata…e io adoro cambiare.

Tra un hot dog, un lobster roll, un milkshake e un iced coffee, avevo anche il tempo di pensare molto e intensamente, e non nego che molte volte mi veniva una grandissima nostalgia di casa e di tutto ciò che mi mancava di Mantova e Milano.
L’America, o meglio, New York (che proprio America non è) è un posto meraviglioso ma anche un po’ matto. Qui la gente o ti ama o ti spara, mangi il miglior cibo del mondo o il più malsano, tutti raccolgono la merda del proprio cane ma poi allevano scarafaggi in casa… Qui non puoi mettere un cavalletto su un prato per non rovinarlo, ma puoi girare armato. Mi piaceva molto questa sua doppia faccia, anche se a volte mi ha fatto incazzare e rimanere delusa.
Mi pento spesso di essere tornata così presto, solo per uno stupido visto che non ho avuto il coraggio di prolungare. Chissà poi perché…

Spero di avere un’altra occasione con Lei, come si chiede di solito alle ex fidanzate…vorrei tornare da te, non so quando…presto, mi dico. Vorrei tornare da te a vivere senza dover capire chi essere, ma godendomi al meglio quella che già sarò. E so che ti piacerà.

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"Daria…why do you take pictures?"

Di tanto in tanto, a New York, faccio foto. Cosa che avviene molto raramente essendo impegnata a vivermi la città più che a guardarla attraverso un buco, ma spesso il mio egocentrismo sfrenato salta fuori e in questi casi la macchina fotografica è l’unica vera amica che mi dia soddisfazioni (o che quantomeno tenti di darmele!)

Quando mi chiedono perché faccio foto (e qui a NY mi capita spesso) mi ritrovo sempre con un’espressione in faccia di stupore, mista ad imbarazzo, perplessità, paura, esitazione e insicurezza…un po’ la stessa sensazione che provavo durante le interrogazioni di storia al liceo, in cui regolarmente me ne tornavo al posto dopo una scena muta da copione teatrale. Poi ho cercato di vincere la timidezza iniziale e di cercare di darmi una risposta.

Fotografo per ironia (è l’unico modo in cui apprezzo il mondo), per dichiarare le mie ossessioni e per stanare quelle degli altri…non amo essere l’unica ad averne. Faccio foto per non morire di noia, e perché a volte ho paura che non avrò ricordi. Le faccio a volte semplicemente per dimostrare a me e agli altri (ma a chi poi??) che anche io posso farle, e che a volte le posso fare anche bene. Fotografo perché voglio trovare Daria, con la sua personalità, il suo stile, le sue angosce e i suoi sogni…ma in quasi 31 passati a suonare, disegnare, cucinare, progettare, cantare e altro, non l’ho ancora capita…è una persona complicata. A volte scatto perché ho la presunzione che agli altri possa interessare il mio modo di vedere le cose, altre volte me ne frego di quello che agli altri interessa, e quelle sono le volte in cui le mie immagini sono più oneste ed egoisticamente belle. A volte faccio foto per non mostrarle, nemmeno a me stessa…ho paura possano essere brutte e io odio la bruttezza. Mi piace fotografare me stessa perché nella mia vita non c’è nulla di più enigmatico, ma ogni tanto perdo l’interesse perché a forza di non capirmi mi viene il nervoso. I take pictures beacuse I’m hungry. E non sempre il cibo è la soluzione giusta quando si è affamati. Faccio foto per ricordarmi che anche la routine giornaliera ha qualcosa di meraviglioso, dato che quasi sempre me ne dimentico. Inoltre, e non da ultimo, faccio foto perché ho tanti sogni, e un po’ troppe ambizioni, e mi dispiace che rimangano tali.

A volte faccio foto perché non mi viene in mente altro di meglio da fare.

Chinatown è piena di ombrelli, soprattutto se non piove. Di quella che un tempo era la Little Italy dei fornai, pasticceri e pizzaioli italiani è rimasta praticamente solo una strada, Mulberry, dove comunque la maggior parte della gente che incontri ha gli occhi a mandorla. L’area cinese si è sviluppata talmente tanto da diventare la più grande comunità di tutti gli Stati Uniti, e io, passeggiando per le stradine a sud-est di Canal, non faccio fatica a crederci. Tra pesci secchi maleodoranti, funghi rattrappiti, robe da masticare (indecifrabili), incredibili varietà di frutta, coloratissimi e arrangiatissimi mercati, geroglifici su ogni barattolo o insegna, olezzo di fritto e anatre appese in vetrina, devo dire che sono a tratti nauseata, a tratti super affascinata. La gente qui non ama prendere il sole e non sta mai ferma, se non per giocare a carte (cinesi!) o per masticare cibo secco. Li vedi attraversare la strada con dei carrelli talmente carichi che ti chiedi sempre chi debbano sfamare in famiglia o se stia per arrivare una terribile carestia. E anche se passeggiando per Elizabeth Street o per qualche corsia di un folkloristico supermarket hai la perenne sensazione di essere sempre l’intruso da eliminare (un po’ come nella settimana enigmistica), la soddisfazione di uscire con una borsa carica di cibo e un portafogli carico di soldi non ha prezzo. Perdetevi tra le riconoscibilissime stradine piene di ristoranti, locali e mercati, mangiatevi qualche stranezza locale, magari leggendo una settimana prima i menù dei take away dato che hanno più di 100 piatti e ognuno di questi è composto da altri 100 ingredienti…non fate troppe foto (non apprezzano) ma godetevi un po’ di malsani odori e di vita frenetica, e non dimenticatevi l’ombrello se c’è il sole!
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Chinatown è piena di ombrelli, soprattutto se non piove. Di quella che un tempo era la Little Italy dei fornai, pasticceri e pizzaioli italiani è rimasta praticamente solo una strada, Mulberry, dove comunque la maggior parte della gente che incontri ha gli occhi a mandorla. L’area cinese si è sviluppata talmente tanto da diventare la più grande comunità di tutti gli Stati Uniti, e io, passeggiando per le stradine a sud-est di Canal, non faccio fatica a crederci. Tra pesci secchi maleodoranti, funghi rattrappiti, robe da masticare (indecifrabili), incredibili varietà di frutta, coloratissimi e arrangiatissimi mercati, geroglifici su ogni barattolo o insegna, olezzo di fritto e anatre appese in vetrina, devo dire che sono a tratti nauseata, a tratti super affascinata. La gente qui non ama prendere il sole e non sta mai ferma, se non per giocare a carte (cinesi!) o per masticare cibo secco. Li vedi attraversare la strada con dei carrelli talmente carichi che ti chiedi sempre chi debbano sfamare in famiglia o se stia per arrivare una terribile carestia. E anche se passeggiando per Elizabeth Street o per qualche corsia di un folkloristico supermarket hai la perenne sensazione di essere sempre l’intruso da eliminare (un po’ come nella settimana enigmistica), la soddisfazione di uscire con una borsa carica di cibo e un portafogli carico di soldi non ha prezzo. Perdetevi tra le riconoscibilissime stradine piene di ristoranti, locali e mercati, mangiatevi qualche stranezza locale, magari leggendo una settimana prima i menù dei take away dato che hanno più di 100 piatti e ognuno di questi è composto da altri 100 ingredienti…non fate troppe foto (non apprezzano) ma godetevi un po’ di malsani odori e di vita frenetica, e non dimenticatevi l’ombrello se c’è il sole!
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Chinatown è piena di ombrelli, soprattutto se non piove. Di quella che un tempo era la Little Italy dei fornai, pasticceri e pizzaioli italiani è rimasta praticamente solo una strada, Mulberry, dove comunque la maggior parte della gente che incontri ha gli occhi a mandorla. L’area cinese si è sviluppata talmente tanto da diventare la più grande comunità di tutti gli Stati Uniti, e io, passeggiando per le stradine a sud-est di Canal, non faccio fatica a crederci. Tra pesci secchi maleodoranti, funghi rattrappiti, robe da masticare (indecifrabili), incredibili varietà di frutta, coloratissimi e arrangiatissimi mercati, geroglifici su ogni barattolo o insegna, olezzo di fritto e anatre appese in vetrina, devo dire che sono a tratti nauseata, a tratti super affascinata. La gente qui non ama prendere il sole e non sta mai ferma, se non per giocare a carte (cinesi!) o per masticare cibo secco. Li vedi attraversare la strada con dei carrelli talmente carichi che ti chiedi sempre chi debbano sfamare in famiglia o se stia per arrivare una terribile carestia. E anche se passeggiando per Elizabeth Street o per qualche corsia di un folkloristico supermarket hai la perenne sensazione di essere sempre l’intruso da eliminare (un po’ come nella settimana enigmistica), la soddisfazione di uscire con una borsa carica di cibo e un portafogli carico di soldi non ha prezzo. Perdetevi tra le riconoscibilissime stradine piene di ristoranti, locali e mercati, mangiatevi qualche stranezza locale, magari leggendo una settimana prima i menù dei take away dato che hanno più di 100 piatti e ognuno di questi è composto da altri 100 ingredienti…non fate troppe foto (non apprezzano) ma godetevi un po’ di malsani odori e di vita frenetica, e non dimenticatevi l’ombrello se c’è il sole!
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Lunga vita all’aragosta! O non così lunga, dato che qui a NY se ne mangiano in quantità industriale…addirittura è diventata farcitura da panino, l’untissimo e micidialmente buono Lobster Roll, un morbido sandwich imbottito di succosi pezzi di aragosta, maionese (tanta maionese…), burro (come se la maionese non bastasse) e qualche spezia tipo paprika a piacimento. Io l’ho preso durante il mercatino vintage di Williamsburg, al Red Hook Lobster Pound, in uno dei suoi famosi food truck in giro per la città, alla modica cifra di 15$…ma per una goduria simile vi assicuro che vale la pena provare. Altro buono e anche più economico pare sia Luke’s Lobster ma devo ancora sperimentare. Intanto le aragoste girano nelle case dei newyorkesi quasi alla pari degli scarafaggi, con l’unica differenza che bollite hanno una carne molto più soffice e saporita…e che non ti passeggiano sul cuscino durante la notte. Le trovate ovunque: intere in tutto il loro splendore nei vari mercati, per esempio al Chelsea Market, dentro al sushi, ficcate nel pane, in insalata e pure frullate da spalmare sui toast…e se come me siete particolarmente fortunati, ve ne ritroverete una pronta nel piatto, di ritorno dalla lezione serale di fotografia, da immergere in una goduriosissima salsa cocktail, preparata dalla mia coinquilina Andrea. Lunga vita ad Andrea!
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Lunga vita all’aragosta! O non così lunga, dato che qui a NY se ne mangiano in quantità industriale…addirittura è diventata farcitura da panino, l’untissimo e micidialmente buono Lobster Roll, un morbido sandwich imbottito di succosi pezzi di aragosta, maionese (tanta maionese…), burro (come se la maionese non bastasse) e qualche spezia tipo paprika a piacimento. Io l’ho preso durante il mercatino vintage di Williamsburg, al Red Hook Lobster Pound, in uno dei suoi famosi food truck in giro per la città, alla modica cifra di 15$…ma per una goduria simile vi assicuro che vale la pena provare. Altro buono e anche più economico pare sia Luke’s Lobster ma devo ancora sperimentare. Intanto le aragoste girano nelle case dei newyorkesi quasi alla pari degli scarafaggi, con l’unica differenza che bollite hanno una carne molto più soffice e saporita…e che non ti passeggiano sul cuscino durante la notte. Le trovate ovunque: intere in tutto il loro splendore nei vari mercati, per esempio al Chelsea Market, dentro al sushi, ficcate nel pane, in insalata e pure frullate da spalmare sui toast…e se come me siete particolarmente fortunati, ve ne ritroverete una pronta nel piatto, di ritorno dalla lezione serale di fotografia, da immergere in una goduriosissima salsa cocktail, preparata dalla mia coinquilina Andrea. Lunga vita ad Andrea!
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Lunga vita all’aragosta! O non così lunga, dato che qui a NY se ne mangiano in quantità industriale…addirittura è diventata farcitura da panino, l’untissimo e micidialmente buono Lobster Roll, un morbido sandwich imbottito di succosi pezzi di aragosta, maionese (tanta maionese…), burro (come se la maionese non bastasse) e qualche spezia tipo paprika a piacimento. Io l’ho preso durante il mercatino vintage di Williamsburg, al Red Hook Lobster Pound, in uno dei suoi famosi food truck in giro per la città, alla modica cifra di 15$…ma per una goduria simile vi assicuro che vale la pena provare. Altro buono e anche più economico pare sia Luke’s Lobster ma devo ancora sperimentare. Intanto le aragoste girano nelle case dei newyorkesi quasi alla pari degli scarafaggi, con l’unica differenza che bollite hanno una carne molto più soffice e saporita…e che non ti passeggiano sul cuscino durante la notte. Le trovate ovunque: intere in tutto il loro splendore nei vari mercati, per esempio al Chelsea Market, dentro al sushi, ficcate nel pane, in insalata e pure frullate da spalmare sui toast…e se come me siete particolarmente fortunati, ve ne ritroverete una pronta nel piatto, di ritorno dalla lezione serale di fotografia, da immergere in una goduriosissima salsa cocktail, preparata dalla mia coinquilina Andrea. Lunga vita ad Andrea!

Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!
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Sbarcare a Governors Island è un po’ come finire sul set del film The Road, catturati da uno scenario a tratti magico e a tratti post-apocalittico. L’isola è deserta, o meglio, piena di abitazioni ma priva di vita umana, e visitabile solo nel periodo estivo durante i fine settimana. Per parlare della sua storia (che passa dai nativi americani, agli olandesi, agli inglesi, agli americani, ai reclutati e ai prigionieri) occorre un post a parte, ma potete intanto sbizzarrirvi in internet, dando un’occhiata al sito ufficiale dell’isola e al blog della mia amica Teri Tynes, una donna incredibile che conosce New York meglio dei cereali della sua colazione. Io per oggi voglio limitarmi a postare qualche immagine dal Jazz Lawn Party, che si è tenuto il weekend appena passato proprio a Governors. Di mercatini del vintage ne ho visti di tutti i tipi…ma vivere nei folli anni ‘20 del Grande Gatsby su un’isola abitata per un weekend solo da eleganti donne decò vestite Chanel, da baffi all’insù, da cappellai e cravattai, dall’orchestrina e dal grammafono che sparano il charleston, e da un tripudio di smoking e piume di pavone…bè, non è proprio la stessa cosa. E’ la festa del decennio con un passato da dimenticare ed un futuro incerto, quel decennio tra le due guerre, fatto di feste, crostate di ciliegie, sbronze da brandy, balli indemoniati, un bel po’ di oppio e un buon sigaro per il dopocena (o le lunghe sigarette col bocchino d’argento per le signore). Tra infiniti giri di perle, innumerevoli dita ingioiellate e qualche collo di pelliccia, mi aggiro nei pochi buchi di prato che trovo libero dalle tovaglie del gigantesco picnic con le valigette in vimini e gli ombrelli in pizzo, per sedermi e gustarmi il mio gelato vintage, davanti a uno spettacolo sicuramente kitsch, ma che vale la pena di godersi per l’intera giornata. Evviva il caro, vecchio e dandy Fitzgerald!

Oggi non è il mio compleanno, ma è comunque un giorno per me speciale: un mese fa sono arrivata a NY! In questi 30 giorni il tempo è volato tra lezioni, mille prove fotografiche, cento sapori diversi, decine di nuovi amici, migliaia di opere viste tra musei e gallerie, innumerevoli passeggiate tra parchi e quartieri multietnici, qualche rara scorpacciata di shopping, e una quantità spropositata di soldi spesi per sviluppare le mie pellicole…la scuola mi ha rubato un po’ di tempo al mio passatempo preferito, Not Yet Photographer, ma è stato per una giusta causa e ora potrò rendere note anche tutte le cazzate e le prove fatte durante il mio stupendo mese da studentessa attempata.
Intanto, per celebrare il mio Mesiversario, ho pronta una veduta decisamente classica, un cliché direi, ma che non potevo permettermi di non pubblicare perché ritrae il posto dove ho abitato fino ad ora, Tribeca, vista da Dumbo, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, esattamente superato il ponte di Brooklyn. Non so dove finirò nei prossimi due mesi, ma Tribeca rimarrà sempre l’amica che mi ha fatto scoprire NY per la prima volta, che ha sopportato il mio finto inglese con infinita pazienza, che mi ha fatto mangiare aragosta, mi ha dato il coraggio di lottare con uno scarafaggio, di superare le mie enormi insicurezze fotografiche, di fare figure di merda e di farle con enorme gioia, che mi ha tenuto compagnia al tramonto e mi ha fatto conoscere Manhattan dal tetto. A Tribeca sono tornata un po’ più bambina di quanto già non lo fossi a Milano, e mi sono concessa il lusso di sognare ancora più in grande, convinta (come diceva non so quale scrittore) che i sogni siano l’unica cosa alla fine che ci distingue dalle macchine.
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Oggi non è il mio compleanno, ma è comunque un giorno per me speciale: un mese fa sono arrivata a NY! In questi 30 giorni il tempo è volato tra lezioni, mille prove fotografiche, cento sapori diversi, decine di nuovi amici, migliaia di opere viste tra musei e gallerie, innumerevoli passeggiate tra parchi e quartieri multietnici, qualche rara scorpacciata di shopping, e una quantità spropositata di soldi spesi per sviluppare le mie pellicole…la scuola mi ha rubato un po’ di tempo al mio passatempo preferito, Not Yet Photographer, ma è stato per una giusta causa e ora potrò rendere note anche tutte le cazzate e le prove fatte durante il mio stupendo mese da studentessa attempata.

Intanto, per celebrare il mio Mesiversario, ho pronta una veduta decisamente classica, un cliché direi, ma che non potevo permettermi di non pubblicare perché ritrae il posto dove ho abitato fino ad ora, Tribeca, vista da Dumbo, Down Under the Manhattan Bridge Overpass, esattamente superato il ponte di Brooklyn. Non so dove finirò nei prossimi due mesi, ma Tribeca rimarrà sempre l’amica che mi ha fatto scoprire NY per la prima volta, che ha sopportato il mio finto inglese con infinita pazienza, che mi ha fatto mangiare aragosta, mi ha dato il coraggio di lottare con uno scarafaggio, di superare le mie enormi insicurezze fotografiche, di fare figure di merda e di farle con enorme gioia, che mi ha tenuto compagnia al tramonto e mi ha fatto conoscere Manhattan dal tetto. A Tribeca sono tornata un po’ più bambina di quanto già non lo fossi a Milano, e mi sono concessa il lusso di sognare ancora più in grande, convinta (come diceva non so quale scrittore) che i sogni siano l’unica cosa alla fine che ci distingue dalle macchine.

Questo è il mio amico Louis, Mr. Mendes (come usa chiamarlo il NYTimes) in compagnia della sua carismatica allieva del Queens. Louis è un fotografo e un maestro di strada: lo incontri a due passi dagli immensi Adorama e B&H, a Coney Island o appostato davanti alla mia scuola, con un’affascinante Graflex Speed Graphic che sembra ormai diventata un’estensione del suo braccio. Fa foto alla gente, e le fa sorridendo. E’ una delle primissime persone che ho conosciuto a NY, con questo volto che appartiene più a una New Orleans degli anni 50 che non a una Grande Mela dei giorni nostri, e con una calma addosso che rilasserebbe anche il più ostinato dei milanesi. Louis ha uno sguardo che cattura, un po’ dolce un po’ furbetto, un po’ da uno che la vita l’ha mangiata in ogni salsa. Louis sa fare quello che tanti fotografi non riescono e non amano fare: strappare un sorriso sincero. Questo l’ha strappato a me, ed è il regalo finora più bello ricevuto a NY.
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Questo è il mio amico Louis, Mr. Mendes (come usa chiamarlo il NYTimes) in compagnia della sua carismatica allieva del Queens. Louis è un fotografo e un maestro di strada: lo incontri a due passi dagli immensi Adorama e B&H, a Coney Island o appostato davanti alla mia scuola, con un’affascinante Graflex Speed Graphic che sembra ormai diventata un’estensione del suo braccio. Fa foto alla gente, e le fa sorridendo. E’ una delle primissime persone che ho conosciuto a NY, con questo volto che appartiene più a una New Orleans degli anni 50 che non a una Grande Mela dei giorni nostri, e con una calma addosso che rilasserebbe anche il più ostinato dei milanesi. Louis ha uno sguardo che cattura, un po’ dolce un po’ furbetto, un po’ da uno che la vita l’ha mangiata in ogni salsa. Louis sa fare quello che tanti fotografi non riescono e non amano fare: strappare un sorriso sincero. Questo l’ha strappato a me, ed è il regalo finora più bello ricevuto a NY.
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Questo è il mio amico Louis, Mr. Mendes (come usa chiamarlo il NYTimes) in compagnia della sua carismatica allieva del Queens. Louis è un fotografo e un maestro di strada: lo incontri a due passi dagli immensi Adorama e B&H, a Coney Island o appostato davanti alla mia scuola, con un’affascinante Graflex Speed Graphic che sembra ormai diventata un’estensione del suo braccio. Fa foto alla gente, e le fa sorridendo. E’ una delle primissime persone che ho conosciuto a NY, con questo volto che appartiene più a una New Orleans degli anni 50 che non a una Grande Mela dei giorni nostri, e con una calma addosso che rilasserebbe anche il più ostinato dei milanesi. Louis ha uno sguardo che cattura, un po’ dolce un po’ furbetto, un po’ da uno che la vita l’ha mangiata in ogni salsa. Louis sa fare quello che tanti fotografi non riescono e non amano fare: strappare un sorriso sincero. Questo l’ha strappato a me, ed è il regalo finora più bello ricevuto a NY.

Dopo la terribile nottata passata a dare la caccia a tre temibili e gigantesche creature kafkiane (definirli scarafaggi è assolutamente riduttivo), sentivo il bisogno di iniziare la giornata con un’immagine romantica e distensiva. Il tramonto sulla riva ovest, a sud di Manhattan, è un momento che tanti newyorkesi non rinunciano a godersi, forse per la stranezza di vedere addormentarsi per qualche minuto una città che nemmeno di notte ama riposare. Quando credi di essere finita in una NY dove la gente è più determinata che innamorata, ti accorgi invece che quell’ora che separa la luce dal buio ha la stessa magia e lo stesso effetto nostalgico in ogni parte del mondo. Io, che da inguaribile europea ho una passione per le albe e i tramonti, mi sono sentita un po’ come il viandante di Friedrich e mi sono venute in mente le parole del bellissimo finale di Blow:
"Che tu possa avere il vento in poppa. Che il sole ti risplenda in viso, e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle"
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Dopo la terribile nottata passata a dare la caccia a tre temibili e gigantesche creature kafkiane (definirli scarafaggi è assolutamente riduttivo), sentivo il bisogno di iniziare la giornata con un’immagine romantica e distensiva. Il tramonto sulla riva ovest, a sud di Manhattan, è un momento che tanti newyorkesi non rinunciano a godersi, forse per la stranezza di vedere addormentarsi per qualche minuto una città che nemmeno di notte ama riposare. Quando credi di essere finita in una NY dove la gente è più determinata che innamorata, ti accorgi invece che quell’ora che separa la luce dal buio ha la stessa magia e lo stesso effetto nostalgico in ogni parte del mondo. Io, che da inguaribile europea ho una passione per le albe e i tramonti, mi sono sentita un po’ come il viandante di Friedrich e mi sono venute in mente le parole del bellissimo finale di Blow:

"Che tu possa avere il vento in poppa. Che il sole ti risplenda in viso, e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle"

Ieri mi sa che ho un tantino esagerato…i baracchini che vendono hot dogs non vendono solo hot dogs, ma decine e decine di cibi etnici da asporto, ricchi di grassi saturi e spezie, che sono molte volte la mia salvezza…non tanto per il mio stomaco ovviamente, quanto per il mio portafoglio. Questo che vedete è un Lamb over rice, divino e piccante, pieno di chili, curry, paprika, pepe, yogurt, cipolla, patatine fritte e altri ingredienti che vi facilitano la digestione (ci sono anche 3 foglie di insalata coperte di maionese, per togliervi i sensi di colpa). Se lo comprate vicino alla costa ovest, attraversando la strada, potete godervi come me il vostro delizioso cibo spaccastomaco sulla riva del fiume, di fronte a un panorama poco europeo ma decisamente eccitante.
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Ieri mi sa che ho un tantino esagerato…i baracchini che vendono hot dogs non vendono solo hot dogs, ma decine e decine di cibi etnici da asporto, ricchi di grassi saturi e spezie, che sono molte volte la mia salvezza…non tanto per il mio stomaco ovviamente, quanto per il mio portafoglio. Questo che vedete è un Lamb over rice, divino e piccante, pieno di chili, curry, paprika, pepe, yogurt, cipolla, patatine fritte e altri ingredienti che vi facilitano la digestione (ci sono anche 3 foglie di insalata coperte di maionese, per togliervi i sensi di colpa). Se lo comprate vicino alla costa ovest, attraversando la strada, potete godervi come me il vostro delizioso cibo spaccastomaco sulla riva del fiume, di fronte a un panorama poco europeo ma decisamente eccitante.

NY è una continua scoperta: credi di andare al MoMA per vedere un celeberrimo autoritratto di Frida Kahlo e all’improvviso ti si palesa la Kahlo in persona…la gente qui, spesso, è molto più interessante di un’opera d’arte: passeggi per le strade, per i parchi o entri in un locale, e ti trovi davanti a uno spettacolo umano senza precedenti. Ognuno di loro è un personaggio che nemmeno Walt Disney riuscirebbe a inventarsi, e altre volte ti spaventi tanta è la somiglianza con alcune facce note…io ho già incontrato Frida, Pablo, Woody, Angelina (senza Brad), Julia, Andy, Gesù e pure il Buddha!
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NY è una continua scoperta: credi di andare al MoMA per vedere un celeberrimo autoritratto di Frida Kahlo e all’improvviso ti si palesa la Kahlo in persona…la gente qui, spesso, è molto più interessante di un’opera d’arte: passeggi per le strade, per i parchi o entri in un locale, e ti trovi davanti a uno spettacolo umano senza precedenti. Ognuno di loro è un personaggio che nemmeno Walt Disney riuscirebbe a inventarsi, e altre volte ti spaventi tanta è la somiglianza con alcune facce note…io ho già incontrato Frida, Pablo, Woody, Angelina (senza Brad), Julia, Andy, Gesù e pure il Buddha!

Non so per quale motivo ma sono una vera fan di Chelsea: ha un fascino particolare, come quando hai di fronte un bel ragazzo tutto pettinato, gentile e pieno di soldi e di colpo ti volti a guardare compiaciuta uno squilibrato, zozzo e pure non troppo figo vagabondo che ti osserva con quegli occhi da piacione che solo lui sa fare…ecco, Chelsea è così. È piaciona. È snob ma non ama gli snob, vive di arte, consuma i pasti al mercato, è zozza ma di quello zozzo bello, è etnica, è gay, è trendy, è rosso mattone e profuma di oceano (e a volte di spazzatura!). Mi piace perdermi tra le sue vie, farmi tagliare la strada dai ragazzini con lo skate o da qualche razzo (o pazzo) coi pattini ai piedi, camminare lungo la riva west e magari fermarmici a guardare il tramonto, come una vera artista in cerca di ispirazione. A Chelsea c’è tutto, mancano solo i grandi e vanitosi grattacieli specchiati: ma quando hai un’anima gli specchi non ti servono a nulla.
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Non so per quale motivo ma sono una vera fan di Chelsea: ha un fascino particolare, come quando hai di fronte un bel ragazzo tutto pettinato, gentile e pieno di soldi e di colpo ti volti a guardare compiaciuta uno squilibrato, zozzo e pure non troppo figo vagabondo che ti osserva con quegli occhi da piacione che solo lui sa fare…ecco, Chelsea è così. È piaciona. È snob ma non ama gli snob, vive di arte, consuma i pasti al mercato, è zozza ma di quello zozzo bello, è etnica, è gay, è trendy, è rosso mattone e profuma di oceano (e a volte di spazzatura!). Mi piace perdermi tra le sue vie, farmi tagliare la strada dai ragazzini con lo skate o da qualche razzo (o pazzo) coi pattini ai piedi, camminare lungo la riva west e magari fermarmici a guardare il tramonto, come una vera artista in cerca di ispirazione. A Chelsea c’è tutto, mancano solo i grandi e vanitosi grattacieli specchiati: ma quando hai un’anima gli specchi non ti servono a nulla.
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Non so per quale motivo ma sono una vera fan di Chelsea: ha un fascino particolare, come quando hai di fronte un bel ragazzo tutto pettinato, gentile e pieno di soldi e di colpo ti volti a guardare compiaciuta uno squilibrato, zozzo e pure non troppo figo vagabondo che ti osserva con quegli occhi da piacione che solo lui sa fare…ecco, Chelsea è così. È piaciona. È snob ma non ama gli snob, vive di arte, consuma i pasti al mercato, è zozza ma di quello zozzo bello, è etnica, è gay, è trendy, è rosso mattone e profuma di oceano (e a volte di spazzatura!). Mi piace perdermi tra le sue vie, farmi tagliare la strada dai ragazzini con lo skate o da qualche razzo (o pazzo) coi pattini ai piedi, camminare lungo la riva west e magari fermarmici a guardare il tramonto, come una vera artista in cerca di ispirazione. A Chelsea c’è tutto, mancano solo i grandi e vanitosi grattacieli specchiati: ma quando hai un’anima gli specchi non ti servono a nulla.
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Non so per quale motivo ma sono una vera fan di Chelsea: ha un fascino particolare, come quando hai di fronte un bel ragazzo tutto pettinato, gentile e pieno di soldi e di colpo ti volti a guardare compiaciuta uno squilibrato, zozzo e pure non troppo figo vagabondo che ti osserva con quegli occhi da piacione che solo lui sa fare…ecco, Chelsea è così. È piaciona. È snob ma non ama gli snob, vive di arte, consuma i pasti al mercato, è zozza ma di quello zozzo bello, è etnica, è gay, è trendy, è rosso mattone e profuma di oceano (e a volte di spazzatura!). Mi piace perdermi tra le sue vie, farmi tagliare la strada dai ragazzini con lo skate o da qualche razzo (o pazzo) coi pattini ai piedi, camminare lungo la riva west e magari fermarmici a guardare il tramonto, come una vera artista in cerca di ispirazione. A Chelsea c’è tutto, mancano solo i grandi e vanitosi grattacieli specchiati: ma quando hai un’anima gli specchi non ti servono a nulla.
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Non so per quale motivo ma sono una vera fan di Chelsea: ha un fascino particolare, come quando hai di fronte un bel ragazzo tutto pettinato, gentile e pieno di soldi e di colpo ti volti a guardare compiaciuta uno squilibrato, zozzo e pure non troppo figo vagabondo che ti osserva con quegli occhi da piacione che solo lui sa fare…ecco, Chelsea è così. È piaciona. È snob ma non ama gli snob, vive di arte, consuma i pasti al mercato, è zozza ma di quello zozzo bello, è etnica, è gay, è trendy, è rosso mattone e profuma di oceano (e a volte di spazzatura!). Mi piace perdermi tra le sue vie, farmi tagliare la strada dai ragazzini con lo skate o da qualche razzo (o pazzo) coi pattini ai piedi, camminare lungo la riva west e magari fermarmici a guardare il tramonto, come una vera artista in cerca di ispirazione. A Chelsea c’è tutto, mancano solo i grandi e vanitosi grattacieli specchiati: ma quando hai un’anima gli specchi non ti servono a nulla.

Ci sono giorni in cui sei sola e giorni in cui ti senti sola. I primi giorni in cui non conoscevo nessuno sono stati strani: belli da un lato perché stare con me stessa mi aiuta a conoscermi, ma anche molto riflessivi, e quando il sole va a dormire la storia della poesia ci insegna che la solitudine apre gli occhi. In questi momenti c’è una sola cosa da fare: andare al cinema! E così ho fatto: il Film Forum è un bel cinemino di film d’essay, film vecchi, documentari, cinema indipendente e tutto ciò che di alternativo si può volere, una vera istituzione per gli appassionati, e si trova a sud-ovest di Manhattan, molto vicino a dove abito io. Sono andata a gustarmi “Annie Hall" di Woody Allen ("Io e Annie" in Italia) oltre che ad un barile extralarge di popcorn fumanti. Il film era perfetto, perché Woody Allen è talmente deviato che puoi divertirti anche se non capisci l’inglese. Sono uscita che piangevo, ma dal ridere, questo a dimostrare che la bella poesia è nata in passato perché i cinema non esistevano ancora e l’unico modo di sfuggire alla malinconia era scrivere.
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Ci sono giorni in cui sei sola e giorni in cui ti senti sola. I primi giorni in cui non conoscevo nessuno sono stati strani: belli da un lato perché stare con me stessa mi aiuta a conoscermi, ma anche molto riflessivi, e quando il sole va a dormire la storia della poesia ci insegna che la solitudine apre gli occhi. In questi momenti c’è una sola cosa da fare: andare al cinema! E così ho fatto: il Film Forum è un bel cinemino di film d’essay, film vecchi, documentari, cinema indipendente e tutto ciò che di alternativo si può volere, una vera istituzione per gli appassionati, e si trova a sud-ovest di Manhattan, molto vicino a dove abito io. Sono andata a gustarmi “Annie Hall" di Woody Allen ("Io e Annie" in Italia) oltre che ad un barile extralarge di popcorn fumanti. Il film era perfetto, perché Woody Allen è talmente deviato che puoi divertirti anche se non capisci l’inglese. Sono uscita che piangevo, ma dal ridere, questo a dimostrare che la bella poesia è nata in passato perché i cinema non esistevano ancora e l’unico modo di sfuggire alla malinconia era scrivere.